Valeria Golino: «Io, creatura distratta» (2024)

Questa intervista di copertina è stata pubblicata sul numero 2-3 di Vanity Fair in edicola fino al 18 gennaio 2023

I camerieri servono due gin tonic ma il distillato nel bicchiere non sembra mai abbastanza, e ne facciamo aggiungere un po’. Cambiamo tavolo tre volte presi da un’inquietudine strana, in questa Roma calda di dicembre che le fa venir voglia di stringere un’amicizia più che sottoporsi a un’intervista, e stabilire «quel rapporto di attacco e difesa», parole sue, che si crea tra una diva e l’interlocutore. «Magari non concludiamo niente ma è tutto molto romantico, non trova?», dice Valeria Golino uscendo a fumare un’altra sigaretta, coi suoi occhiali dalla montatura sottile, i capelli raccolti senza vezzo, i pantaloni verdi a coste larghe e al polso «un orologio introvabile» che il suo fidanzato, l’avvocato romano trentaquattrenne Fabio Palombi, le ha regalato per Natale. «Ci sono oggetti che mi attraggono perché sono allo stesso tempo eleganti e marci dentro. Proprio come tutti gli uomini che mi piacciono».
Nel chiasso della finale mondiale alla tv parliamo di sentimenti e del dolore di perdere chi si ha amato, degli anni che servono a lenire, «di quello spingersi a lasciare per non essere lasciati, come spesso ho fatto io», e della guarigione che alla fine arriva.
Si fa tardi e riprendiamo la conversazione due giorni dopo, in un appartamento sul lago di Bracciano dove sta girando da regista una serie tratta dal libro di Goliarda Sapienza, L’arte della gioia. Mentre oggi (4 gennaio) sbarca su Netflix come protagonista de La vita bugiarda degli adulti di Edoardo De Angelis, sei episodi prodotti da Fandango e tratti dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante. Lei interpreta una popolana che vive in un immaginario rione napoletano chiamato «Il pianto», una creatura sboccata e dolorante animata di forza e malinconia, che ha amato una sola volta e poi non ha fatto l’amore più.
Mostra le brutte nature morte alle pareti. Il vaso di fiori finti appoggiato nel camino. «Sembra un set di David Lynch», dice, «anche se oggi, la cosa più brutta qui intorno, sento di essere io».

Nella serie Netflix è sensuale, coi fianchi larghi strizzati in una gonna corta. A 57 anni come sente pulsare il suo sex appeal?
«Interpretare Vittoria è stato liberatorio e mi ha restituito una femminilità che ho sempre tenuto al guinzaglio. Non che nella vita abbia rinunciato a essere seduttiva, tutt’altro. Ma per pudore, o bon ton, non sono mai riuscita a essere provocante come a volte avrei voluto o fuori controllo. E a usare il mio corpo come avrei potuto».

È un limite?
«In qualche modo lo è. Non voler perdere il controllo è quello che mi impedisce di essere l’attrice che vorrei. Ho sempre il terrore di espormi al ridicolo. Al contrario della mia amica Valeria Bruni Tedeschi che invece, quando oltrepassa quella soglia, inizia a divertirsi. Quel disinteresse verso il giudizio altrui io non ce l’ho. Sono piena di tabù e piena di pudori».

Nella serie Netflix c’è un momento in cui Vittoria, per spiegare alla nipote cosa sia la passione, le dice: «La gente chiava. E se non l’hai fatto mai, l’amore non sai cos’è».
«La tipica cosa che nella vita non direi mai: magari son capace di affermazioni ancora più scabrose, ma mai con quel linguaggio. E riuscire a permettermelo, da donna di mezza età quale sono, è stato terapeutico. Subito dopo La vita bugiarda degli adulti ho girato un film con Ginevra Elkann, dove interpreto una ex p*rnostar rifatta, coi labbroni, una maschera di nome Pupa. Altro ruolo che mi ha aiutato a scavare dentro le mie paure».

Si è trovata precocemente erotizzata, da ragazzina?
«Ricordo che m’innamoravo di ragazzini più grandi. E di aver sentito addosso il desiderio degli uomini prestissimo, sin dall’età di undici e dodici anni. Sapevo di essere bella, ma quell’energia la percepivo come un pericolo. Poi sono stata operata di scoliosi due volte, a tredici e a diciannove anni, costretta a letto per mesi e ingessata dalle ginocchia al collo, senza neppure potermi alzare per fare pipì. Un tempo infinito in cui ho letto tanto e imparato il francese. E che mi ha lasciato una cicatrice lunghissima che mi scorre lungo la schiena. Sono stata chiusa in un bozzolo da cui mi sono rialzata facendo la modella e l’attrice. In qualche modo, alla fine, la vanità ha vinto».

L’erotismo, in tempi di #metoo, nelle relazioni professionali è bandito.
«L’erotismo fa parte del nostro lavoro, ma non inteso come concupiscenza e tanto meno come abuso di potere, ma come senso di libertà e di sensualità nella migliore accezione del termine. Non so se ho già una poetica come regista, ma quello a cui anelo nel mio lavoro sono sempre temi romantici e magari amorali, mentre non sopporto il cinismo e il moralismo. Se noi attori non veniamo trattati da creature sensuali e lucenti, questo mestiere cosa lo facciamo a fare? Lo vedo con gli interpreti con cui lavoro sul set, voglio che si sentano amati: sono molto affettuosa, sono fisica, li abbraccio e sbaciucchio tutti: sono una specie di love monster. Mi rendo conto che talvolta potrebbe essere fastidioso o forse sembrare inopportuno e, se male interpretato, un giorno uno di loro potrebbe dire: “La Golino mi mette le mani addosso e io non voglio”, potrebbe farlo tranquillamente e denunciarmi, e creare un caso di #metoo da cui sarebbe difficile difendersi. Ma non c’è malizia, non c’è voglia di possesso in me. È proprio far scorrere quell’energia carsica che nell’arte per me non dovrebbe mai mancare».

Ha vissuto a Hollywood, ci ha girato venti film e recentemente ci è tornata per The Morning Show. Come l’ha trovata, in questo senso?
«Consideri che ho girato quella serie in pieno Covid e quindi i rapporti erano già molto falsati dai protocolli che bisognava mantenere. Ho trovato un ambiente preoccupato dai comportamenti propri e altrui, dove tutto è congelato e desessualizzato, le persone caute nel dire e fare cose che possono essere considerate scomode. Persino durante la scena d’amore con Steve Carell, che nella serie è il «mostro» accusato di abusi sessuali sul lavoro, mi hanno chiesto cento volte come mi sentissi, cosa preferissi o non preferissi fare. Io mi adeguo, sto attenta e loro stanno attenti, ma questo clima di paura mi preoccupa. E il ventaglio di cose proibite sta diventando a mio avviso davvero enorme. Continuo a volere bene a quella città, Los Angeles, dove ho passato parecchio tempo della mia vita anche se poi quattro anni fa, forse troppo impulsivamente, essendomi trasferita del tutto in Italia, ho restituito all’ambasciata americana la Green Card da residente: ora tutte le volte che torno, all’aeroporto, la polizia mi fa un’ispezione aggiuntiva perché non riescono a spiegarsi come uno straniero abbia potuto rinunciare a un diritto così ambito».

Crede che il movimento #metoo sia diventato un’ideo­logia?
«No: denunciare è stato giusto. Ma gli errori del passato hanno creato una claustrofobia. Quando si arriva al parossismo in cui i comportamenti umani, l’arte, la letteratura, la storia, devono rientrare nel diagramma del giusto o dello sbagliato, dell’inclusivo o non inclusivo, a quel punto la drammaturgia finisce. Il grande romanzo finisce. La musica finisce. La giustizia può diventare ottusa. Se tutti si devono adattare al senso comune e qualsiasi tipo di dissenso è malvisto, allora all’arte cosa rimane?».

Ai tempi confidò che Harvey Weinstein fu molesto anche con lei. Dalle sue «attenzioni» ebbe vantaggi?
«No, non ne ho tratto vantaggi. Mi stava pure simpatico e avevamo dei progetti insieme. L’unico vantaggio fu non pagare un conto nel ristorante di New York che aveva insieme a Robert De Niro, il Tribeca Grill: ci portai la famiglia e al momento di saldare trovai tutto sistemato. Ma quando le pressioni son diventate più forti e per me fonte di imbarazzo, mi sono molto adirata e non l’ho più voluto incontrare».

Fu violento?
«No, mai. Non mi sono mai sentita in pericolo, ma i suoi modi mi mortificavano».

Lui l’ha ricercata?
«Indirettamente, prima che scoppiasse lo scandalo. Mi ha fatto riferire da amici comuni quanto fosse dispiaciuto e che avrebbe voluto rivedermi. Ma l’unica via d’uscita era allontanarlo e sparire. Come ho sempre fatto in situazioni simili».

Non l’ha denunciato perché in fondo prova, o provava, affetto?
«Affetto no. Però, se le dovessi dire che non sentissi una stima intellettuale, che non godessi del carisma della sua conversazione, le mentirei. Per esempio era interessante parlare con lui di cinema. Finché poi arrivavano quell’istinto predatore, quell’abuso di potere e senso di baratto messi sul tavolo, a rovinare tutto. Avrei voluto poterlo guardare, senza che lui guardasse me».

Quando girò Rain Man il regista Barry Levinson quasi la cacciò dal set perché la trovava presuntuosa e impreparata. Le è più successo?
«No, cacciata non è mai successo, ma è vero che alcuni registi con cui ho lavorato mi hanno rimproverato la mia mancanza di disciplina. È successo con Sean Penn, che sosteneva mi fidassi troppo dell’istinto. Con Silvio Soldini, persona quasi impossibile da far adirare. E con Antonio Capuano, che a un certo punto mi ha detto: “Ah bella, che voi fa’, campare di rendita per sempre e basare tutto su quel bel faccino?”. Avevano ragione e io torto. E avere torto e sapere di averlo è una delle cose che mi umilia di più».

È incostante?
«Sbaglio tanto, ricomincio e mi dimentico. Motivo per cui non faccio teatro e mai lo farò: non mi sento solida, come attrice. Sono costantemente a rischio e cado. Ma credo sia proprio nella distrazione dove trovo la mia ispirazione. La distrazione è per me più utile dell’intensità. E quando la raggiungo, in quella svagata intuizione, possono succedere cose belle».

Nonostante i successi e i premi, come donna e personaggio lei rimane in qualche modo sempre impalpabile. Ne è consapevole?
«Sì, se per impalpabile intende che io sia un po’ elusiva, forse sì. Sono sempre meno informata su tutto e tutti e vorrei che gli altri lo fossero su di me. Finché non torno, di Valeria Golino ci si dimentica. E mi va bene così».

Valeria Golino: «Io, creatura distratta» (2024)
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